IL JOB HOPPING: RICONOSCERE UN NUOVO FENOMENO IN UN MONDO LAVORATIVO NUOVO

In questi ultimi anni si sta assistendo ad un cambio generazionale della forza lavoro. Oggi infatti la maggior parte dei lavoratori hanno un’età compresa tra i 25 e i 35 anni, a cui si aggiungono i primissimi lavoratori della generazione Z (18-22 anni). E come è facile prevedere, nuove generazioni portano nuovi cambiamenti. Uno di questi è il sempre più diffuso fenomeno del job hopping.

Ma procediamo con ordine.

Se le generazioni precedenti (Baby Boomers e generazione X) erano caratterizzate dal sentirsi onorati di avere un lavoro a vita (il posto fisso tanto osannato da Checco Zalone), i lavoratori moderni hanno altre priorità. Le nuove generazioni infatti sono molto più sensibili a quelle precedenti su temi quali la salute mentale, il benessere e un buon bilanciamento tra vita lavorativa e privata, mettendo solo in secondo piano in termini di priorità, ciò che per le generazioni precedenti erano il sogno americano: un’alta remunerazione e la possibilità di svolgere lo stesso lavoro per tutta la vita come garanzia di sicurezza.

In questo articolo non ci concentreremo sull’origine di questi cambiamenti ma sui suoi effetti. E qui ritorna il sopracitato job hopping.

Il termine è un anglicismo composto da due parole, job (lavoro) e hopping (saltare) e descrive quella tendenza sempre più comune tra i professionisti di quest’epoca di “saltare” da un lavoro all’altro o da un’azienda all’altra dopo periodi di permanenza relativamente brevi (in media 2-5 anni). Il motivo è il cambio di priorità descritto a inizio articolo: oggi è più importante la salute mentale e un buon bilanciamento di vita, rispetto ad una mansione che ha, si una remunerazione più alta, ma porta al contempo tanto stress. In aggiunta all’aspetto di ideali e valori, si aggiungono altri due fattori. Il primo è la crescente instabilità economica, specialmente qui in Italia, che rende difficile un inserimento lavorativo dignitoso per i neolaureati e il secondo è una concezione di vita differente rispetto al passato, meno legata a formalità e più improntata sullo sviluppo personale e l’imprenditoria.

Sono stati individuati diversi tipi di job hoppers:

Job hopping necessario: si verifica quando la temporalità ridotta è legata al contratto lavorativo, ad esempio stage o contratto a tempo determinato, allo scadere del quale il lavoratore interrompe il rapporto con il datore di lavoro. Questo fenomeno si verifica principalmente in settori quali gestione di eventi, turismo, restauro o edilizia;
Job hopping come opportunità: in questo caso il lavoratore “salta” da una mansione all’altra poiché trova opportunità di sviluppo e di crescita professionali migliori (diverse dal mero aumento di stipendio) in altre realtà aziendali. Queste opportunità spesso riguardano possibilità di conciliare vita lavorativa e privata, migliori condizioni per ferie o giorni di riposo o un ambiente più in linea con la propria personalità;
Job hopping problematico: in questo caso il “salto” da una professione all’altra avviene perché il lavoratore ha difficoltà ad adattarsi all’ambiente di lavoro, o perché è l’ambiente lavorativo a essere tossico, o perché è il lavoratore che con riesce ad instaurare relazioni sane con i colleghi.

La sfida di oggi per le aziende quindi è quella di individuare tra le candidature i profili che potrebbero risultare di job hoppers. Tuttavia, malgrado la complessità maggiore, è bene ricordarsi che non è impossibile trovare e attirare dei professionisti, così come non è impossibile mantenerli in azienda. Un buon piano di onboarding aziendale, una cultura lavorativa sana e anche concedersi di ascoltare le esigenze delle proprie risorse umane, attuali e future, permettono di agire in maniera preventiva sul turnover.

L’importante è ricordarsi questo: astenersi da eventuali pregiudizi e tenere bene presente che oggi i giovani non hanno meno voglia di lavorare rispetto a quelli del passato. Semplicemente non sono disposti a barattare il proprio benessere per pochi soldi.

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