Excursus storico religioso della sofferenza e del dolore

L’aspetto religioso è sempre stato presente nella natura umana, sin dalla notte dei tempi. L’uomo si è sempre posto domande su cosa ci fosse al di là della pura materia, visibile e modificabile.

L’affidarsi ad un’entità soprannaturale ha permesso di sollevarsi dall’inquietudine dello spirito, attribuendone la propria ragione d’essere, creando un senso di unità ed armonia.

E’ bene fare una distinzione fra religione e religiosità: la prima è l’insieme delle credenze e manifestazioni in cui l’uomo riconosce l’esistenza di un soprannaturale, la seconda è un sentimento profondo che guida alla relazione con un essere trascendentale. La sofferenza appartiene a tutti gli esseri umani, a tutte le culture e religioni, è presente a tutte le latitudini del nostro pianeta. Le tre religioni monoteiste, che credono in Dio, propongono una visione del dolore abbastanza simile, probabilmente perché in poche situazioni come nel momento del dolore, il rapporto tra l’uomo e Dio è così profondo, complicato e per alcuni versi, contraddittorio.

Nelle preghiere delle tre religioni, è comune la richiesta di essere dispensati dal dolore, ma viene ribadita anche l’accettazione di questa condizione. Il buddismo è allineato al presupposto che tutta la vita è dolore, ma il modo di emanciparsi dal dolore è la meditazione. L’induismo ne attribuisce la causa all’isolamento dell’uomo.

Secondo la teoria del karma-samsàra (“reincarnazione della anime secondo la legge della retribuzione”) ognuno è responsabile del proprio destino (Zago, 1985). La sorte triste o felice della vita attuale è la diretta conseguenza delle azioni compiute durante le reincarnazioni precedenti. Tra le scuole filosofico-religiose indiane, quella che più di tutte ha dato attenzione alla sofferenza è quella del ‘Sankya-Yoga’ suddivisa in tre tipi:

1-intraorganica (fisica e mentale);

2-extraorganica (prodotta da cause esterne);

3-soprannaturale (provocata da pianeti, spiriti…).

Gautama Siddharta dei Sakhiamuni (il futuro Buddha) affronta il dolore e l’impermanenza della vita, attraverso un’intuizione sintetizzata nelle cosiddette Quattro Nobili Verità, che rappresentano le fondamenta primarie del buddismo (Doody, 2016).

Prima Nobile Verità: “tutto è dolore” (dukka satya).

Seconda Nobile Verità: l’origine della sofferenza (samudaya satya) è la passione, il desiderio.

Terza Nobile Verità: termine al dolore (nirodha satya) è il Nirvana, etimologicamente identificato come spegnimento, uscita, estinzione.

Quarta Nobile Verità: c’è una via (marga satya) che conduce al Nirvana e che rappresenta l’ottuplice sentiero: le otto ”rettitudini” che esprimono una retta visione della realtà.

Nelle religioni Abramiche il dolore è confinato ad un Dio creatore e remuneratore, fonte di ricerca alle risposte della sofferenza umana. La Bibbia guarda alla sofferenza senza minimizzarla, la compatisce profondamente e vede in essa la richiesta di aiuto e conforto espressa con lamenti e grida rivolti a Dio. La sofferenza nel Cristianesimo, riporta la figura di Gesù e il suo modo di averla condivisa, affrontata con una chiara relazione di aiuto, e superata. Colui che soffre in unione con Cristo, non solo attinge forza, ma “completa” con la sua sofferenza “quello che manca ai patimenti di Cristo”. Ecco il carattere “creativo” della sofferenza in cui l’uomo trova una grazia che giunge dall’interno, che trasforma questa sensazione in speranza e fede per affrontare la situazione con coraggio e dignità.

Anche Maometto ha attraversato e vissuto esperienze di dolore. Dapprima la morte del padre, mai conosciuto; in seguito da bambino, perde la mamma.

Il punto cardine dell’Islam è l’assoluto di Dio, l’Unico. Tutto è assegnato a Lui, causa assoluta, alla sua volontà illimitata e incondizionata, sofferenza e morte compresi.

Islàm significa sottomissione, abbandono totale ai decreti divini. L’Islam rifiuta la redenzione e rifiuta la sconfitta perché significherebbe la sconfitta stessa di Dio.

Dio e l’uomo sono “soli” uno di fronte all’altro.

In tutti i racconti coranici è frequente una cosiddetta “norma di Dio” che proclama il trionfo della fede sulle forze del male. Per i musulmani come per i cristiani Gesù è vivo. Seppur in modo diverso, il credente cristiano e musulmano condividono la Sua esistenza.

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