Provate a pensare cosa succede appena scattate una foto o subito dopo essere stati immortalati da qualcun altro: c’è chi con eccitazione e curiosità corre subito a vedere il risultato; c’è chi non è interessato perché tanto sa già che “è venuto male”. Quelli più narcisisti commenteranno maliziosamente la loro bruttezza con l’intento di suscitare negli altri risposte di approvazione ed elogio; mentre quelli più timidi ed inibiti lanciano uno sguardo fugace all’istantanea implorando la cancellazione immediata; i bambini invece saranno quelli più felici di rivedersi, poiché il loro riflesso è collegato alla conferma di loro stessi e della propria identità. Le reazioni di ognuno di noi sono soggettive e sono collegate con l’immagine mentale interna che abbiamo di noi stessi: essa riguarda sia il modo in cui ci vediamo ma anche il modo in cui vogliamo essere visti dagli altri.
Il primo ad avere colto la valenza terapeutica è stato lo psichiatra Hugh Diamond sul finire dell’Ottocento. Appassionato di fotografia, iniziò ad usare le foto dei suoi pazienti come mezzo diagnostico per identificare alcuni tipi di malattia mentale, poi si rese conto che avevano un effetto positivo quando venivano mostrate loro. I pazienti, infatti, tutte le volte che vedevano uno scatto in cui stavano bene, aumentavano la loro autostima.
E’ stato solamente negli anni Settanta del Novecento che è avvenuto il riconoscimento ufficiale del potere terapeutico della fotografia grazie all’articolo di Judy Weiser (1975) sulla “Foto-Terapia”, ovvero sull’utilizzo della fotografia all’interno del processo psicoterapeutico come mezzo per esplorare se stessi e fare emergere contenuti non verbali, soprattutto con quei pazienti che avevano difficoltà a far emergere la loro parte emotiva strettamente collegata a vissuti del passato di cui non ne avevano consapevolezza.
Judy Weiser, psicoterapeuta e appassionata anche lei di fotografia, si accorse che le foto stimolavano nei suoi pazienti sensazioni e ricordi diversi, così cominciò a usare gli album di famiglia dei pazienti per stimolare la riflessione e l’analisi e poi chiese ai suoi pazienti di scattare delle foto per commentarle insieme. Weiser definisce la foto-terapia come una tecnica di counselling in cui il terapista interagisce con il paziente attraverso l’immagine per far emergere vissuti, ricordi e pensieri.
La Foto-Terapia è una pratica terapeutica in cui vengono usate le foto personali, gli album di famiglia, le foto scattate da altri come elemento stimolante per approfondire la comprensione e migliorare le sedute terapeutiche condotte da professionisti specializzati (psicologi psicoterapeuti) e formati in tali tecniche, in un modo che non sarebbe possibile usando solamente le parole. Nella Foto-Terapia il terapeuta assegna dei compiti fotografici al paziente per poi aiutarlo nella lettura e nella comprensione dei suoi scatti all’interno del processo terapeutico. Una fotografia non è solo una stampa, ma racchiude un’immagine che, per chi l’osserva, può prendere vita potentemente. In una fotografia è possibile rivivere il passato, riflettere sul presente e immaginarsi il proprio futuro e, se il paziente è guidato correttamente, svelerà il proprio sistema di valori, i giudizi e le aspettative verso di sé e il mondo, narrando le proprie emozioni sulla base dei suoi scatti e delle immagini da lui scelte .
LA FOTOGRAFIA TERAPEUTICA
Per Fotografia Terapeutica invece s’intende quel campo più vasto in cui determinate tecniche fotografiche vengono usate al di fuori di un processo terapeutico e in assenza di uno psicoterapeuta, allo scopo di aumentare il livello di auto-conoscenza, incrementare la propria consapevolezza, per risolvere piccoli conflitti non di tipo patologico, per attivare un cambiamento positivo o per migliorare le relazioni interpersonali. La Fotografia Terapeutica può essere quindi usata anche in contesti didattici, formativi, educativi, ma sempre con finalità non cliniche e senza la presenza di uno psicoterapeuta. Un esempio è ‘Costole’, la produzione fotografica dell’ex modella anoressica Anna Fabroni, che attraverso la fotografia è riuscita a vincere la malattia e a costruirsi una nuova vita.
